9 ottobre 2026
Lo ammetto, era da tempo che volevo scrivere questo articolo. E ogni volta rimandavo, perché nel frattempo cambiava qualcosa: un nuovo modello, un nuovo strumento, un nuovo modo di lavorare. Poi mi sono reso conto che proprio questo è il punto: con l'intelligenza artificiale non esiste una fotografia definitiva, esiste un percorso. E allora tanto vale raccontarlo, così com'è oggi, con quello che funziona e anche con quello che non funziona.
La mia storia con la tecnologia la conoscete: Commodore 64, un 486 DX4 100, anni passati a smanettare con qualsiasi cosa avesse una scheda e un software. Con l'IA è andata più o meno allo stesso modo, solo molto più in fretta. Era il 30 novembre 2022 quando OpenAI ha reso disponibile ChatGPT, e quella sera stessa ero lì a fargli domande, a metterlo alla prova, a cercare di capire dove sbagliava (e sbagliava parecchio).
Da allora non ho più smesso. La differenza, rispetto al passato, è che questa volta la tecnologia è entrata subito anche nel mio lavoro. E la domanda è cambiata in fretta: non più "cosa sa fare l'IA?", ma "cosa posso fare io, meglio, grazie all'IA?".
Ho un approccio molto semplice: prima di usare uno strumento, voglio capire come funziona. Non serve diventare ricercatori, ma sapere cos'è un modello linguistico, come viene addestrato e perché a volte "inventa" le risposte, cambia completamente il modo in cui lo usi (e soprattutto quanto ti fidi di quello che ti dice).
In sostanza il mio studio si muove su tre binari:
Ho provato praticamente tutto, come faccio con qualsiasi tecnologia. Alla fine però ogni strumento ha trovato il suo posto:
Un esempio concreto di agente al lavoro? Questo sito. Negli ultimi giorni ho rimesso mano a fabiomuzzi.com con un agente IA: dark mode, menu, revisione di title e description, indice automatico degli articoli. Io decidevo, lui proponeva, verificava e applicava. Il tutto in una copia di prova, prima di pubblicare (le vecchie abitudini da smanettone non si perdono).
La regola che mi sono dato è semplice: l'IA deve entrare nei flussi che esistono già, non crearne di nuovi da gestire. E soprattutto deve liberare tempo, non occuparlo.
Lavoro da anni sulla consumer experience e oggi IA e agenti svolgono per mio conto task sempre più articolati. Due esempi concreti:
Questo mi lascia il tempo per concentrarmi su ciò che fa davvero la differenza: la definizione dell'assetto strategico e la sua evoluzione. È lì che serve la testa, e lì voglio spenderla.
C'è però un tema che mi sta molto a cuore, quello della cosiddetta shadow AI: persone che usano l'IA di nascosto, con strumenti non approvati, perché in azienda non esistono regole chiare. Il problema, secondo me, non è l'IA: è la mancanza di competenze e di regole condivise. Ed è proprio lì che bisogna lavorare.
Insegno IA applicata al business in diversi master executive, e il mio approccio è sempre lo stesso: casi reali, framework concreti, nessun hype. Una cosa che ripeto spesso ai miei studenti: nessuna tecnologia cambia un'azienda se prima non cambiano le competenze di chi la usa.
Nel privato la logica è la stessa: delegare il ripetitivo per tenere il tempo per le cose che contano. Il cuore è la mia memoria digitale, costruita con Obsidian per note e appunti e Hoarder (oggi Karakeep) per salvare e organizzare link e contenuti. L'IA mi aiuta a tenerla in ordine, a ritrovare le cose e a collegarle tra loro. Il resto lo fanno i modelli in locale sul Mac Mini, tra domotica e servizi self-hosted.
Ed eccoci alla parte su cui ho riflettuto di più. Chi mi segue sa quanto io creda nell'educazione digitale: Scratch, il coding, il parental control, i primi videogiochi. Con l'IA però ho fatto una scelta diversa: almeno per ora, mia figlia non usa nessun modello.
Il motivo è semplice. Gli strumenti di IA sono straordinari per chi sa già fare le cose, ma possono essere un problema per chi sta ancora imparando a farle. Se una macchina ti dà sempre la risposta pronta, il cervello smette di fare la fatica che serve per crescere: cercare, sbagliare, collegare, ricordare. Non è solo una mia sensazione. Le prime ricerche su questo tema vanno tutte nella stessa direzione:
Sono studi ancora iniziali, su adulti e ragazzi più grandi, ma il messaggio è chiaro: se succede a noi, che il cervello lo abbiamo già formato, figuriamoci a una bambina che sta imparando adesso.
E allora a casa facciamo il contrario: i vocaboli si cercano sul dizionario, le fonti si trovano e si confrontano, i ragionamenti si fanno con carta e penna. Più lavoro manuale possibile, oggi, per avere domani una testa capace di usare l'IA senza dipenderne. Le domande non mancano ("papà, ma l'IA pensa?") e ogni volta sono l'occasione per spiegare cosa c'è dietro, e perché non bisogna mai credere a tutto quello che leggiamo, anche se a scriverlo è una macchina.
Dopo quasi quattro anni di utilizzo quotidiano, ecco le regole che mi sono dato. Prima fra tutte, la regola aurea:
Studiare, testare, sbagliare, capire e riprovare. È così che ho imparato tutto, dal Commodore 64 in poi, ed è così che si impara anche l'IA: non leggendo, ma mettendoci le mani. Con due accortezze che con gli agenti diventano fondamentali. La prima sono i costi: ogni richiesta consuma token, e un agente lasciato libero di girare in loop può bruciarne parecchi senza che ve ne accorgiate, quindi limiti e monitoraggio sempre attivi. La seconda è la sicurezza: un agente che può leggere file, eseguire comandi e navigare va trattato come un nuovo collaboratore, con accessi limitati allo stretto necessario e un ambiente separato (un container ad hoc, una copia di prova) dove può sbagliare senza fare danni.
E poi le altre:
L'intelligenza artificiale non è la soluzione a tutto, e chi ve la vende così probabilmente non l'ha mai usata davvero. Ma non è nemmeno una moda passeggera: è uno strumento potentissimo, che premia chi la capisce e penalizza chi la subisce. Il mio consiglio è semplice: iniziate da un problema vero, piccolo, quotidiano, e provate a risolverlo con l'IA. Poi un altro, e un altro ancora. È così che, quasi senza accorgervene, cambierete il vostro modo di lavorare.
Nei prossimi articoli entrerò nel dettaglio: il Mac Mini e i modelli in locale, gli agenti per Amazon e per la SEO, la mia memoria digitale con Obsidian e, ovviamente, come stiamo affrontando il tema in famiglia. Se avete domande o esperienze da condividere, mi trovate sui social.