Diamo lo smartphone ai ragazzi, lo blindiamo, ma nessuno spiega loro come si usa

16 ottobre 2026

In breve
  • 7 ragazzi su 10 hanno uno smartphone entro gli 11 anni. Lo dicono i ragazzi (Social Warning) e lo confermano i genitori (Censis, 68,4%).
  • Più di metà dei genitori mette limiti di tempo o il parental control. Solo il 18,8% dei ragazzi parla spesso in famiglia del proprio rapporto con il digitale.
  • Quando si chiede la stessa cosa a genitore e figlio, le risposte coincidono poco: metà dei ragazzi in ansia senza telefono ha un genitore che non se ne accorge.
  • Divieti e regole non si associano a ragazzi meno ansiosi o meno presenti sui social. Le competenze digitali dei genitori e il dialogo con la scuola sì.
  • L'Europa risponde con la verifica dell'età e il controllo dei messaggi. Secondo me così si apre un problema di sorveglianza per tutti, ragazzi e adulti.
  • Il problema non si risolve con un'altra app. Serve un percorso condiviso tra scuola e famiglia, e i genitori devono fare la loro parte.

Il 13 ottobre ANSA ha titolato "Smartphone a 11 anni per 7 ragazzi su 10". È un dato che conosciamo, quasi un'abitudine. Nel mio articolo sul ciuccio digitale avevo parlato dei più piccoli e dell'esempio che diamo noi adulti. Questa volta sono andato a vedere i dati grezzi, quelli dell'OCSE, per rispondere a una domanda semplice: dopo averglielo dato, qualcuno spiega ai ragazzi come si usa?

La risposta breve è no. O meglio: lo proteggiamo molto, lo spieghiamo poco. E tra quello che i numeri dicono, quello che i genitori percepiscono e quello che i figli vivono davvero c'è uno scollamento che nessun filtro può colmare.

Primo atto: lo diamo presto, e lo blindiamo

Sull'età del primo smartphone le fonti italiane sono d'accordo, anche se chiedono a persone diverse. I ragazzi dell'Osservatorio Social Warning dicono 7 su 10 entro gli 11 anni (42,5% prima dei 10). I genitori intervistati dal Censis dicono 68,4% entro gli 11 anni. A 15 anni, secondo PISA 2025, ce l'ha il 99% dei ragazzi.

Appena il telefono è in mano, scatta la protezione:

C'è poi un paradosso legale. In Italia sotto i 14 anni un ragazzo non può dare da solo il consenso al trattamento dei suoi dati per i servizi online: serve l'autorizzazione dei genitori (art. 2-quinquies del Codice privacy). WhatsApp in Europa chiede almeno 13 anni, ma nessuno verifica davvero l'età. Se un bambino di 11 anni ha WhatsApp, quindi, o ha mentito sull'età, o un genitore glielo ha installato. In entrambi i casi il telefono glielo abbiamo dato noi.

Il risultato è un ragazzo con uno strumento potentissimo, recintato da regole tecniche. Il 29% dei quindicenni italiani passa più di 4 ore al giorno sul digitale per svago, prima e dopo la scuola: 9° valore su 89 Paesi PISA.

Secondo atto: crediamo di sapere, ma non sappiamo

PISA 2025 ha una caratteristica preziosa: fa alcune domande sia al genitore sia al figlio della stessa famiglia. Così si può confrontare quello che il genitore percepisce con quello che il figlio dichiara. In Italia le famiglie con entrambe le risposte sono circa 6.300.

Comportamento del figlio Genitori che se ne accorgono Accordo tra le due risposte
Ansia quando non ha il telefono vicino52%lieve
Oltre 3 ore al giorno di videogiochi50%lieve
Oltre 3 ore al giorno di social63%quasi nullo

La seconda colonna dice: tra i ragazzi che riferiscono quel comportamento, quanti genitori lo riconoscono. La terza usa una misura statistica (il kappa di Cohen) che toglie l'accordo dovuto al caso.

In pratica, metà dei ragazzi che vanno in ansia senza telefono ha un genitore che non lo vede. E le regole non seguono l'uso reale. Tra i figli che passano più di 3 ore al giorno sui social, il 42% dei genitori dice di non mettere alcuna restrizione. Tra gli altri ragazzi è il 39%: praticamente lo stesso.

L'attenzione dei genitori c'è, ma guarda altrove. Il 64% dei ragazzi dice che i genitori chiedono ogni giorno com'è andata a scuola. Del digitale, invece, solo il 18,8% parla spesso in famiglia e il 45% raramente o mai (Social Warning). Chiediamo dei voti, non di quello che succede nello schermo.

Tutti i numeri, con il confronto tra genitori e figli, sono nel grafico interattivo in fondo alla pagina.

Terzo atto: la soluzione tecnica non basta

Da marketer conosco bene la tentazione: c'è un problema, compro uno strumento. Con i figli facciamo lo stesso. Il problema sono i social, quindi blocco i social. Il problema è il telefono in classe, quindi lo vieto. Gli studiosi lo chiamano soluzionismo tecnologico: trattare un problema educativo come un guasto da riparare con uno strumento, che sia il filtro, il divieto o l'app di controllo. Il termine l'ha reso noto il sociologo Evgeny Morozov, e secondo me è l'errore alla base di tutto questo dibattito. I dati dicono che da sola questa strada non porta lontano.

Cosa si associa allora a qualcosa di diverso? Due cose, entrambe "umane".

  1. Le competenze digitali dei genitori. I genitori che si sentono più capaci col digitale parlano di più di internet con i figli e mettono più regole, anche a parità di reddito e istruzione. Per ogni gradino in più di competenza, le probabilità crescono di circa un quarto.
  2. Il dialogo con la scuola. I genitori che hanno scambiato informazioni con la scuola sull'uso del digitale hanno il 66% di probabilità in più di fissare regole.

E l'unico fattore che si associa a un po' meno ansia nei ragazzi è il clima familiare, cioè quanto il figlio si sente sostenuto. Non il controllo.

Devo essere onesto su un punto: questi dati mostrano che competenza e dialogo cambiano il comportamento dei genitori. Non dimostrano ancora che i ragazzi stiano meglio. Sono associazioni rilevate in un solo momento, non esperimenti. Ma indicano dove conviene investire.

Quarto atto: per proteggere i minori, l'Europa controlla tutti

Anche l'Europa si sta muovendo, e anche qui la strada principale è tecnica. Il 17 settembre 2026 la Commissione ha proposto l'EU KIDS Act: niente account social sotto i 13 anni, account limitati e supervisionati dai genitori tra 13 e 14, account autonomo dai 15. La verifica dell'età dovrà essere certificata, non basta più dichiarare di essere grandi. È ancora una proposta: va discussa con Parlamento e Consiglio e difficilmente si applicherà prima del 2028. Il Parlamento europeo, con una risoluzione non vincolante del novembre 2025, aveva chiesto di alzare la soglia a 16 anni.

Il KIDS Act non è un caso isolato. Insieme ad altri cantieri aperti in questi mesi disegna una direzione precisa:

Prese una per una, sono misure nate per proteggere i minori, e l'obiettivo lo condivido. Il problema è la strada scelta: tutte passano dal controllare di più chi sta online. E per controllare i minori bisogna controllare tutti.

E comunque non funziona. Nel Regno Unito la verifica dell'età è obbligatoria da luglio 2025. Un'indagine di Internet Matters su 1.270 ragazzi tra 9 e 16 anni, pubblicata a maggio 2026, ha trovato che il 32% ha già aggirato i controlli, con date di nascita false e perfino baffi disegnati per ingannare il riconoscimento del volto. E il 26% dei genitori ha permesso ai figli di farlo. In Australia, dove i social sono vietati sotto i 16 anni da dicembre 2025, i ragazzi intervistati da un gruppo di ricercatori dell'Università di Melbourne raccontano di imparare per tentativi come funzionano i controlli e di passarsi i trucchi per superarli.

Illustrazione: un ragazzo con dei baffi disegnati dentro il riquadro del riconoscimento facciale di uno smartphone, circondato da un lucchetto, una telecamera di sorveglianza e un pannello di parental control

Per ingannare il riconoscimento del volto, ad alcuni ragazzi sono bastati dei baffi disegnati. Illustrazione generata con IA.

Secondo me qui si apre una falla enorme sul fronte della privacy. Per dimostrare che un ragazzo ha meno di 15 anni, l'età la deve dimostrare chiunque voglia entrare: adulti compresi. La Commissione promette un sistema anonimo, che alla piattaforma dice solo "ha più dell'età richiesta". Ma un'analisi di EDRi, la rete europea delle associazioni per i diritti digitali, mostra che le tecniche di anonimato più robuste sono solo raccomandate, non obbligatorie: il rischio di tracciamento si riduce, non sparisce. E un'infrastruttura nata per controllare l'età può essere estesa domani al controllo dell'identità.

Il risultato rischia di essere l'opposto di quello che si vuole. Da una parte i cittadini digitali di serie A: chi sa usare una VPN, prendere in prestito l'account di un adulto o aggirare il controllo, compresi molti ragazzi. Dall'altra quelli di serie B, che i controlli li subiscono tutti e diventano sempre più tracciati. Intanto l'accesso libero e anonimo a internet, che finora abbiamo dato per scontato, diventa un'eccezione. Tra 13 e 14 anni, poi, la responsabilità torna comunque ai genitori: gli stessi che, come abbiamo visto, spesso non sanno cosa fanno i figli.

C'è poi un effetto educativo di cui si parla poco. Un ragazzo che cresce mostrando un documento, o una prova digitale, per ogni app, ogni sito, ogni messaggio, impara che essere controllati è normale. È l'esatto contrario di quello che dovremmo insegnargli: capire quali dati lascia in giro, a chi, e perché.

È soluzionismo tecnologico allo stato puro: una soluzione tecnica che non risolve il problema e ne crea uno nuovo, più grande. La cosa curiosa è che la stessa proposta chiede a ogni Stato una strategia nazionale di alfabetizzazione digitale. Anche Bruxelles, insomma, sa che la risposta vera passa dalla formazione, cioè dalla scuola e dalle famiglie. È da lì che bisogna partire.

La scuola: prima sulla carta, lontana nei fatti

Se si ascoltano i dirigenti, la scuola italiana è un'eccellenza. Il 58% dichiara che la maggioranza dei docenti è formata sull'uso sicuro ed etico del digitale: primo posto su 25 Paesi UE. Il 95% dice di insegnare il digitale per un uso sicuro anche fuori dalla scuola.

Poi si ascoltano gli altri:

Eppure la scuola con le famiglie comunica, e bene: l'87% dei genitori dice che la scuola usa bene il digitale per comunicare con loro. Ma si comunica attraverso il digitale, non sul digitale.

Lo scollamento è qui: corsi fatti e certificati da una parte, ragazzi e famiglie che non se ne accorgono dall'altra. Un corso che non cambia quello che succede in classe e a casa è un adempimento, non una formazione.

Serve un framework, non un altro filtro

Non possiamo chiedere tutto alle famiglie. Secondo l'Istat, nella fascia d'età dei genitori tra il 58,6% (45-54 anni) e il 69,1% (25-34 anni) ha competenze digitali almeno di base. Vuol dire che da un genitore su tre a due su cinque non hanno le basi che dovrebbero trasmettere. E saper usare uno strumento non significa saperlo insegnare.

Per questo penso a un framework di educazione digitale a più livelli, simile a quelli che costruisco con le aziende per integrare l'IA: ruoli chiari, competenze misurabili, un percorso e non un evento.

Livello Chi Cosa fa Il dato che lo motiva
1. Percorso a scuolaScuolaEducazione digitale programmata anno per anno dalla primaria, con obiettivi per età e dentro le materie, non come incontro una tantum62,1% dei ragazzi: a scuola mai affrontato
2. DocentiScuolaFormazione pratica, legata all'uso reale in classeFormazione non associata a capacità dichiarata; uso in classe sì
3. PonteScuola e famigliePatto digitale di classe, incontri pratici con i genitori, regole condiviseSolo 16% dei genitori ne ha parlato con la scuola; chi l'ha fatto mette più regole (+66%)
4. GenitoriFamiglie, con supporto pubblicoCorsi di competenze di base e di "mediazione": come parlarne, non solo come bloccareGenitori più competenti dialogano di più
5. Accesso gradualeFamiglieTelefono consegnato con un percorso: regole spiegate, riviste insieme, autonomia che cresceRegole uguali per chi usa molto e chi usa poco

I livelli 1-4 sono il cuore. Non c'è, di proposito, un livello dedicato alla verifica dell'età: come ho spiegato sopra, è parte del problema, non della soluzione.

E sì, è anche colpa nostra

Un framework non deve diventare l'ennesima delega. Prima abbiamo delegato all'app, poi alla scuola, poi alla legge. Ma il telefono, a 11 anni, non se lo compra il ragazzo. Lo scegliamo noi, lo paghiamo noi, decidiamo noi quando consegnarlo.

I dati sono chiari su questo. Tra i genitori che lasciano usare i social prima dei 15 anni, il 69,1% dice di affidarsi al senso di responsabilità del figlio (Censis). Il 40% dei genitori di quindicenni dice che il figlio usa i dispositivi senza alcuna restrizione (PISA 2025). E se un bambino di 11 anni ha WhatsApp, un adulto lo ha permesso o non se n'è accorto.

Non è una questione di colpa da distribuire, ma di responsabilità da riprendere. Tre cose che ogni genitore può fare da domani, anche senza essere un esperto:

  1. Chiedere, non solo controllare. Come chiediamo com'è andata a scuola, chiediamo cosa ha visto, chi ha sentito, cosa lo ha fatto stare male.
  2. Imparare insieme. Non sapere come funziona un'app è un ottimo motivo per farsela spiegare dal figlio, e poi parlarne.
  3. Chiedere alla scuola. Al prossimo colloquio, oltre ai voti, una domanda: cosa fate per l'educazione digitale, e come posso aiutare a casa?

E poi c'è l'esempio, di cui ho già scritto: i figli copiano quello che facciamo, non quello che diciamo.

Esplora i dati

Le schede seguono lo stesso percorso dell'articolo: si dà, si protegge, non si spiega, cosa funziona. Passa sopra una riga per i dettagli; sotto il grafico trovi il metodo e le fonti dei dati.

Dati 2025-2026 · OCSE PISA e indagini italiane

Lo smartphone si dà, si protegge, ma non si spiega

Ai ragazzi diamo il telefono presto e lo blindiamo con divieti, filtri e controlli. Quasi nessuno però insegna come usarlo, e le soluzioni tecniche non si associano a ragazzi più sereni. Elaborazione sui microdati PISA 2025 per l'Italia (8.946 studenti, 7.293 genitori, 285 scuole, 1.353 docenti) e su indagini italiane.

  • 7 su 10hanno uno smartphone personale entro gli 11 anni (tre indagini italiane concordano)
  • 70%delle scuole italiane vieta i cellulari, secondo i dirigenti (PISA 2025)
  • 16%dei genitori ha parlato con la scuola di come usare il digitale (PISA 2025)

Lo smartphone arriva presto

Percentuale di ragazzi o genitori che rispondono sì. Accanto a ogni barra: la fonte e la sua affidabilità (A, B o C, spiegate in fondo).

Tre fonti indipendenti, con rispondenti diversi (ragazzi, genitori, bambini), convergono su circa 7 su 10 entro gli 11 anni e 9 su 10 a 12. Quando fonti con errori diversi danno lo stesso numero, il dato è più credibile di ciascuna presa da sola.

Come sono stati analizzati i dati, passo per passo

  1. Domanda di partenza: come si comportano genitori e scuola rispetto allo smartphone dei ragazzi, e cosa si associa a un uso più sereno?
  2. Raccolta: microdati pubblici OCSE PISA 2025 (questionari di studenti, genitori, dirigenti e docenti) più indagini italiane 2025-26, classificate per affidabilità.
  3. Pulizia: ogni risposta trasformata in sì/no (per esempio "d'accordo" o "più di metà del tempo" = sì); escluse le risposte "non applicabile".
  4. Pesi: PISA non intervista tutti, ma un campione. Ogni studente ha un peso che dice quanti quindicenni rappresenta; le stime italiane usano quel peso e 80 "pesi di replica" per calcolare l'incertezza.
  5. Confronti: Italia contro media UE e contro tutti i Paesi; poi genitore contro figlio nella stessa famiglia.
  6. Modelli: regressioni logistiche, che stimano come cambia la probabilità di un esito al variare di un fattore, a parità degli altri fattori.
  7. Controllo dei risultati: confronto con fonti indipendenti e prudenza sui risultati isolati quando si fanno molti test.

Come leggere i numeri

Intervallo di confidenza al 95%
La forbice entro cui si trova verosimilmente il valore vero. Più è stretta, più la stima è precisa.
Odds ratio (OR)
1 vuol dire nessuna associazione. 1,66 vuol dire che le probabilità (in odds) sono più alte del 66%; 0,90 che sono più basse del 10%.
p < 0,05 (significativo)
Un risultato così difficilmente uscirebbe per caso se l'effetto fosse zero. Non dice quanto è grande né che sia una causa.
Kappa di Cohen
Misura quanto genitore e figlio sono d'accordo oltre il caso: 0 = come tirare a sorte, 1 = accordo perfetto, sotto 0,20 = lieve.
Associazione non è causa
I dati sono raccolti in un solo momento. Se chi ha più regole non ha meno ansia, può anche darsi che le regole arrivino dopo il problema.

Affidabilità delle fonti

  • A: campione rappresentativo con metodo dichiarato (OCSE PISA).
  • B: istituto di ricerca serio, metodo non pubblicato nei materiali consultati (Censis, INAPP).
  • C: campione non casuale, per esempio ragazzi incontrati in incontri a scuola (Social Warning). Indicativo, da affiancare a dati A o B.

Limiti

  • Tutte le risposte sono autodichiarate. I dirigenti, per esempio, possono descrivere la scuola meglio di com'è.
  • Il questionario genitori PISA è stato compilato dall'82% delle famiglie del campione: chi non ha risposto può essere diverso.
  • Le fonti italiane hanno età e domande diverse: si confrontano tra loro solo dove le definizioni coincidono.
  • I divieti misurati da PISA sono scelte delle singole scuole nella primavera 2025.

Fonti

  • OCSE, PISA 2025 Database: file pubblici studenti, genitori, scuole e docenti (2026). Elaborazione dell'autore.
  • Censis, Essere genitori oggi, sintesi, maggio 2026.
  • INAPP, indagine Children's Worlds, via Orizzonte Insegnanti, settembre 2026.
  • Social Warning, Osservatorio Scientifico sull'Educazione Digitale, a.s. 2025/26, via Orizzonte Scuola, ottobre 2026.
  • Landis J.R. e Koch G.G. (1977), The measurement of observer agreement for categorical data, Biometrics 33(1): scala del kappa.
  • OECD (2009), PISA Data Analysis Manual, 2ª ed.: pesi e pesi di replica.

Come ho lavorato

Ho scaricato i microdati pubblici di OCSE PISA 2025 per l'Italia (8.946 studenti di 15 anni, 7.293 genitori, 285 dirigenti scolastici, 1.353 docenti) e li ho affiancati alle indagini italiane del 2025-26. Le percentuali usano i pesi campionari e gli 80 pesi di replica previsti dal manuale OCSE. Per le associazioni ho usato regressioni logistiche: "+66%" e "circa un quarto in più" sono, in termini tecnici, aumenti degli odds (odds ratio 1,66 e 1,22-1,26 per una deviazione standard di competenza). Il dettaglio è sotto il grafico.

Qualche limite da tenere a mente:

Fonti