16 ottobre 2026
Il 13 ottobre ANSA ha titolato "Smartphone a 11 anni per 7 ragazzi su 10". È un dato che conosciamo, quasi un'abitudine. Nel mio articolo sul ciuccio digitale avevo parlato dei più piccoli e dell'esempio che diamo noi adulti. Questa volta sono andato a vedere i dati grezzi, quelli dell'OCSE, per rispondere a una domanda semplice: dopo averglielo dato, qualcuno spiega ai ragazzi come si usa?
La risposta breve è no. O meglio: lo proteggiamo molto, lo spieghiamo poco. E tra quello che i numeri dicono, quello che i genitori percepiscono e quello che i figli vivono davvero c'è uno scollamento che nessun filtro può colmare.
Sull'età del primo smartphone le fonti italiane sono d'accordo, anche se chiedono a persone diverse. I ragazzi dell'Osservatorio Social Warning dicono 7 su 10 entro gli 11 anni (42,5% prima dei 10). I genitori intervistati dal Censis dicono 68,4% entro gli 11 anni. A 15 anni, secondo PISA 2025, ce l'ha il 99% dei ragazzi.
Appena il telefono è in mano, scatta la protezione:
C'è poi un paradosso legale. In Italia sotto i 14 anni un ragazzo non può dare da solo il consenso al trattamento dei suoi dati per i servizi online: serve l'autorizzazione dei genitori (art. 2-quinquies del Codice privacy). WhatsApp in Europa chiede almeno 13 anni, ma nessuno verifica davvero l'età. Se un bambino di 11 anni ha WhatsApp, quindi, o ha mentito sull'età, o un genitore glielo ha installato. In entrambi i casi il telefono glielo abbiamo dato noi.
Il risultato è un ragazzo con uno strumento potentissimo, recintato da regole tecniche. Il 29% dei quindicenni italiani passa più di 4 ore al giorno sul digitale per svago, prima e dopo la scuola: 9° valore su 89 Paesi PISA.
PISA 2025 ha una caratteristica preziosa: fa alcune domande sia al genitore sia al figlio della stessa famiglia. Così si può confrontare quello che il genitore percepisce con quello che il figlio dichiara. In Italia le famiglie con entrambe le risposte sono circa 6.300.
| Comportamento del figlio | Genitori che se ne accorgono | Accordo tra le due risposte |
|---|---|---|
| Ansia quando non ha il telefono vicino | 52% | lieve |
| Oltre 3 ore al giorno di videogiochi | 50% | lieve |
| Oltre 3 ore al giorno di social | 63% | quasi nullo |
La seconda colonna dice: tra i ragazzi che riferiscono quel comportamento, quanti genitori lo riconoscono. La terza usa una misura statistica (il kappa di Cohen) che toglie l'accordo dovuto al caso.
In pratica, metà dei ragazzi che vanno in ansia senza telefono ha un genitore che non lo vede. E le regole non seguono l'uso reale. Tra i figli che passano più di 3 ore al giorno sui social, il 42% dei genitori dice di non mettere alcuna restrizione. Tra gli altri ragazzi è il 39%: praticamente lo stesso.
L'attenzione dei genitori c'è, ma guarda altrove. Il 64% dei ragazzi dice che i genitori chiedono ogni giorno com'è andata a scuola. Del digitale, invece, solo il 18,8% parla spesso in famiglia e il 45% raramente o mai (Social Warning). Chiediamo dei voti, non di quello che succede nello schermo.
Tutti i numeri, con il confronto tra genitori e figli, sono nel grafico interattivo in fondo alla pagina.
Da marketer conosco bene la tentazione: c'è un problema, compro uno strumento. Con i figli facciamo lo stesso. Il problema sono i social, quindi blocco i social. Il problema è il telefono in classe, quindi lo vieto. Gli studiosi lo chiamano soluzionismo tecnologico: trattare un problema educativo come un guasto da riparare con uno strumento, che sia il filtro, il divieto o l'app di controllo. Il termine l'ha reso noto il sociologo Evgeny Morozov, e secondo me è l'errore alla base di tutto questo dibattito. I dati dicono che da sola questa strada non porta lontano.
Cosa si associa allora a qualcosa di diverso? Due cose, entrambe "umane".
E l'unico fattore che si associa a un po' meno ansia nei ragazzi è il clima familiare, cioè quanto il figlio si sente sostenuto. Non il controllo.
Devo essere onesto su un punto: questi dati mostrano che competenza e dialogo cambiano il comportamento dei genitori. Non dimostrano ancora che i ragazzi stiano meglio. Sono associazioni rilevate in un solo momento, non esperimenti. Ma indicano dove conviene investire.
Anche l'Europa si sta muovendo, e anche qui la strada principale è tecnica. Il 17 settembre 2026 la Commissione ha proposto l'EU KIDS Act: niente account social sotto i 13 anni, account limitati e supervisionati dai genitori tra 13 e 14, account autonomo dai 15. La verifica dell'età dovrà essere certificata, non basta più dichiarare di essere grandi. È ancora una proposta: va discussa con Parlamento e Consiglio e difficilmente si applicherà prima del 2028. Il Parlamento europeo, con una risoluzione non vincolante del novembre 2025, aveva chiesto di alzare la soglia a 16 anni.
Il KIDS Act non è un caso isolato. Insieme ad altri cantieri aperti in questi mesi disegna una direzione precisa:
Prese una per una, sono misure nate per proteggere i minori, e l'obiettivo lo condivido. Il problema è la strada scelta: tutte passano dal controllare di più chi sta online. E per controllare i minori bisogna controllare tutti.
E comunque non funziona. Nel Regno Unito la verifica dell'età è obbligatoria da luglio 2025. Un'indagine di Internet Matters su 1.270 ragazzi tra 9 e 16 anni, pubblicata a maggio 2026, ha trovato che il 32% ha già aggirato i controlli, con date di nascita false e perfino baffi disegnati per ingannare il riconoscimento del volto. E il 26% dei genitori ha permesso ai figli di farlo. In Australia, dove i social sono vietati sotto i 16 anni da dicembre 2025, i ragazzi intervistati da un gruppo di ricercatori dell'Università di Melbourne raccontano di imparare per tentativi come funzionano i controlli e di passarsi i trucchi per superarli.
Per ingannare il riconoscimento del volto, ad alcuni ragazzi sono bastati dei baffi disegnati. Illustrazione generata con IA.
Secondo me qui si apre una falla enorme sul fronte della privacy. Per dimostrare che un ragazzo ha meno di 15 anni, l'età la deve dimostrare chiunque voglia entrare: adulti compresi. La Commissione promette un sistema anonimo, che alla piattaforma dice solo "ha più dell'età richiesta". Ma un'analisi di EDRi, la rete europea delle associazioni per i diritti digitali, mostra che le tecniche di anonimato più robuste sono solo raccomandate, non obbligatorie: il rischio di tracciamento si riduce, non sparisce. E un'infrastruttura nata per controllare l'età può essere estesa domani al controllo dell'identità.
Il risultato rischia di essere l'opposto di quello che si vuole. Da una parte i cittadini digitali di serie A: chi sa usare una VPN, prendere in prestito l'account di un adulto o aggirare il controllo, compresi molti ragazzi. Dall'altra quelli di serie B, che i controlli li subiscono tutti e diventano sempre più tracciati. Intanto l'accesso libero e anonimo a internet, che finora abbiamo dato per scontato, diventa un'eccezione. Tra 13 e 14 anni, poi, la responsabilità torna comunque ai genitori: gli stessi che, come abbiamo visto, spesso non sanno cosa fanno i figli.
C'è poi un effetto educativo di cui si parla poco. Un ragazzo che cresce mostrando un documento, o una prova digitale, per ogni app, ogni sito, ogni messaggio, impara che essere controllati è normale. È l'esatto contrario di quello che dovremmo insegnargli: capire quali dati lascia in giro, a chi, e perché.
È soluzionismo tecnologico allo stato puro: una soluzione tecnica che non risolve il problema e ne crea uno nuovo, più grande. La cosa curiosa è che la stessa proposta chiede a ogni Stato una strategia nazionale di alfabetizzazione digitale. Anche Bruxelles, insomma, sa che la risposta vera passa dalla formazione, cioè dalla scuola e dalle famiglie. È da lì che bisogna partire.
Se si ascoltano i dirigenti, la scuola italiana è un'eccellenza. Il 58% dichiara che la maggioranza dei docenti è formata sull'uso sicuro ed etico del digitale: primo posto su 25 Paesi UE. Il 95% dice di insegnare il digitale per un uso sicuro anche fuori dalla scuola.
Poi si ascoltano gli altri:
Eppure la scuola con le famiglie comunica, e bene: l'87% dei genitori dice che la scuola usa bene il digitale per comunicare con loro. Ma si comunica attraverso il digitale, non sul digitale.
Lo scollamento è qui: corsi fatti e certificati da una parte, ragazzi e famiglie che non se ne accorgono dall'altra. Un corso che non cambia quello che succede in classe e a casa è un adempimento, non una formazione.
Non possiamo chiedere tutto alle famiglie. Secondo l'Istat, nella fascia d'età dei genitori tra il 58,6% (45-54 anni) e il 69,1% (25-34 anni) ha competenze digitali almeno di base. Vuol dire che da un genitore su tre a due su cinque non hanno le basi che dovrebbero trasmettere. E saper usare uno strumento non significa saperlo insegnare.
Per questo penso a un framework di educazione digitale a più livelli, simile a quelli che costruisco con le aziende per integrare l'IA: ruoli chiari, competenze misurabili, un percorso e non un evento.
| Livello | Chi | Cosa fa | Il dato che lo motiva |
|---|---|---|---|
| 1. Percorso a scuola | Scuola | Educazione digitale programmata anno per anno dalla primaria, con obiettivi per età e dentro le materie, non come incontro una tantum | 62,1% dei ragazzi: a scuola mai affrontato |
| 2. Docenti | Scuola | Formazione pratica, legata all'uso reale in classe | Formazione non associata a capacità dichiarata; uso in classe sì |
| 3. Ponte | Scuola e famiglie | Patto digitale di classe, incontri pratici con i genitori, regole condivise | Solo 16% dei genitori ne ha parlato con la scuola; chi l'ha fatto mette più regole (+66%) |
| 4. Genitori | Famiglie, con supporto pubblico | Corsi di competenze di base e di "mediazione": come parlarne, non solo come bloccare | Genitori più competenti dialogano di più |
| 5. Accesso graduale | Famiglie | Telefono consegnato con un percorso: regole spiegate, riviste insieme, autonomia che cresce | Regole uguali per chi usa molto e chi usa poco |
I livelli 1-4 sono il cuore. Non c'è, di proposito, un livello dedicato alla verifica dell'età: come ho spiegato sopra, è parte del problema, non della soluzione.
Un framework non deve diventare l'ennesima delega. Prima abbiamo delegato all'app, poi alla scuola, poi alla legge. Ma il telefono, a 11 anni, non se lo compra il ragazzo. Lo scegliamo noi, lo paghiamo noi, decidiamo noi quando consegnarlo.
I dati sono chiari su questo. Tra i genitori che lasciano usare i social prima dei 15 anni, il 69,1% dice di affidarsi al senso di responsabilità del figlio (Censis). Il 40% dei genitori di quindicenni dice che il figlio usa i dispositivi senza alcuna restrizione (PISA 2025). E se un bambino di 11 anni ha WhatsApp, un adulto lo ha permesso o non se n'è accorto.
Non è una questione di colpa da distribuire, ma di responsabilità da riprendere. Tre cose che ogni genitore può fare da domani, anche senza essere un esperto:
E poi c'è l'esempio, di cui ho già scritto: i figli copiano quello che facciamo, non quello che diciamo.
Le schede seguono lo stesso percorso dell'articolo: si dà, si protegge, non si spiega, cosa funziona. Passa sopra una riga per i dettagli; sotto il grafico trovi il metodo e le fonti dei dati.
Dati 2025-2026 · OCSE PISA e indagini italiane
Ai ragazzi diamo il telefono presto e lo blindiamo con divieti, filtri e controlli. Quasi nessuno però insegna come usarlo, e le soluzioni tecniche non si associano a ragazzi più sereni. Elaborazione sui microdati PISA 2025 per l'Italia (8.946 studenti, 7.293 genitori, 285 scuole, 1.353 docenti) e su indagini italiane.
Percentuale di ragazzi o genitori che rispondono sì. Accanto a ogni barra: la fonte e la sua affidabilità (A, B o C, spiegate in fondo).
Tre fonti indipendenti, con rispondenti diversi (ragazzi, genitori, bambini), convergono su circa 7 su 10 entro gli 11 anni e 9 su 10 a 12. Quando fonti con errori diversi danno lo stesso numero, il dato è più credibile di ciascuna presa da sola.
Le risposte più diffuse sono divieti, regole, controlli e software.
Due fonti indipendenti danno lo stesso valore per i limiti di tempo: 55% in PISA e 55,6% nel Censis. Il parental control del Censis (55%) e i filtri di PISA (35%) sono domande diverse: un software di parental control si può usare anche solo per limitare il tempo, i filtri bloccano i contenuti.
Il dialogo tra scuola e famiglia e dentro la famiglia è raro.
Stessa domanda al genitore e al figlio della stessa famiglia (PISA 2025, circa 6.300 famiglie italiane). A destra: tra i figli che riferiscono il comportamento, quanti genitori se ne accorgono.
L'accordo tra genitore e figlio, misurato con il kappa di Cohen, va da 0,04 a 0,16: "lieve" su ogni tema. I genitori sovrastimano alcuni problemi in generale, ma non vedono quelli dei propri figli.
Odds ratio da regressioni logistiche pesate sui dati italiani. A destra della linea grigia la probabilità dell'esito aumenta, a sinistra diminuisce. Pallino pieno: associazione significativa; vuoto: compatibile con nessun effetto.
studenti distratti dai dispositivi in quasi ogni lezione di scienze, in scuole con divieto
la stessa quota nelle scuole senza divieto
Differenza +0,1 punti (intervallo da −4,8 a +5,0). Il divieto da solo non cambia la distrazione in classe.
Come leggerlo. Regole, controlli e divieti non si associano a meno ansia né a meno ore sui social; anche i corsi formali non si associano a nessun risultato, e la formazione dei docenti non si traduce in competenza dichiarata. Si muovono invece competenze e relazione, con una distinzione importante: le competenze digitali dei genitori e il contatto con la scuola cambiano il comportamento dei genitori (più dialogo, più regole), ma non si associano direttamente a meno ansia o meno social nei figli. Sugli esiti dei ragazzi, tra i fattori misurati, protegge solo il supporto familiare percepito dal figlio (e una condizione socio-economica migliore, non mostrata). Il divieto risulta associato a più ore di social (OR 1,20), ma con molti test un risultato isolato così può uscire per caso: non lo leggo come un effetto.
Percentuale di genitori, studenti o scuole che rispondono sì (PISA 2025). Passa sopra una riga per i dettagli.
Ogni colonna è un Paese, dal valore più alto al più basso. Scegli l'indicatore.
Ho scaricato i microdati pubblici di OCSE PISA 2025 per l'Italia (8.946 studenti di 15 anni, 7.293 genitori, 285 dirigenti scolastici, 1.353 docenti) e li ho affiancati alle indagini italiane del 2025-26. Le percentuali usano i pesi campionari e gli 80 pesi di replica previsti dal manuale OCSE. Per le associazioni ho usato regressioni logistiche: "+66%" e "circa un quarto in più" sono, in termini tecnici, aumenti degli odds (odds ratio 1,66 e 1,22-1,26 per una deviazione standard di competenza). Il dettaglio è sotto il grafico.
Qualche limite da tenere a mente: