1 novembre 2026
Lo abbiamo fatto tutti, io per primo. Abbiamo un problema, apriamo lo store e cerchiamo "la migliore app per…". Ne scarichiamo tre, quattro, cinque. Una vuole un account, una è piena di pubblicità, una fa il doppio di quello che serve e la metà di quello che vogliamo, e per la funzione giusta chiede un abbonamento. Ne scegliamo una, la usiamo qualche settimana e poi finisce sempre allo stesso modo.
I più bravi la cancellano. Tutti gli altri la abbandonano nelle ultime pagine del telefono, dove magari continua a raccogliere dati. Scaricare, provare, usare, cancellare o dimenticare: un ciclo infinito in cui siamo sempre noi ad adattarci al software, mai il contrario.
Oggi, invece, basta aprire un terminale e descrivere a un assistente IA il problema: quali dati abbiamo, cosa vogliamo vedere, chi la deve usare. In un pomeriggio c'è un prototipo in un container; in un paio di sere diventa una parte della dashboard di casa. Fa esattamente quello che ci serve, e i dati restano su un server a due metri da noi.
Per me ormai è diventato un metodo, quasi un framework mentale. Quando mi manca qualcosa, la prima domanda non è più "quale app scarico?", ma "posso costruirmi qualcosa che risponda esattamente a questa esigenza?". Qualcosa di cucito su di me, che posso cambiare quando voglio.
Robin Sloan lo aveva detto meglio di chiunque nel 2020: aveva scritto un'app solo per la sua famiglia e si definiva "the programming equivalent of a home cook", un cuoco di casa della programmazione. Allora serviva saper programmare. Oggi, secondo me, basta sapere cosa si vuole e saperlo spiegare.
Qualche esempio piccolo, preso dalla mia quotidianità:
Il mio cervello digitale: Obsidian + Claude Code. Dati di esempio.
Sono cose piccole, lo so. Ma il punto è proprio questo: con pochi prompt un'idea diventa uno strumento che ci semplifica la vita. Andrej Karpathy l'ha chiamato vibe coding, e il Collins Dictionary l'ha scelto come parola dell'anno 2025. Più avanti spiego perché, per me, va bene fino a un certo punto.
Chi ha letto come uso l'intelligenza artificiale sa che ho iniziato copiando listati dalle riviste sul Commodore 64. Decenni dopo, il listato lo scrive un agente. Ma l'idea è la stessa: il computer fa quello che gli chiedi tu.
E l'asticella si sposta ogni settimana. Di recente uno sviluppatore ha pubblicato ArtCraft: tredici applicazioni open source per immagini, PDF, video, audio e CAD, costruite in poche settimane con un agente IA e comandabili a loro volta da un agente, via MCP. Sono ancora in alpha, ma se una persona arriva a tanto, lo strumento che serve a casa mia è davvero alla portata di un pomeriggio.
Si parla tanto di IA che scrive mail e riassume riunioni. Va bene, ma secondo me il valore vero è un altro, e lo vedo ogni giorno a casa: l'IA trasforma un problema quotidiano in uno strumento su misura, in poche ore, senza dover essere un'azienda di software. Non sostituisce quello che so fare: lo allarga.
E il ragionamento che mi porta al self-hosting è semplice: se il software lo costruisco io, mi serve un posto dove farlo girare. Quel posto, per me, è casa.
Il mio stack è cresciuto un pezzo alla volta: il NAS per i dati, il Raspberry Pi da cui è partito tutto e un Mac Mini M4 per l'IA in locale. Sopra girano 42 container Docker: alcuni li ho solo installati (ne ho parlato nell'articolo sulle app self-hosted che uso a casa, Stirling PDF al posto di Acrobat compreso), altri, sempre di più, li ho costruiti io con l'IA.
Tutto converge in Jarvis, la dashboard di casa: Homepage con un tema "liquid glass" su misura, che raccoglie lo stato dei server, i servizi e soprattutto le piccole app che mi sono costruito.
Jarvis, la dashboard di casa: Wallet, Colf, Docenze e Garage sono app che mi sono costruito con l’IA. I dati sono oscurati.
Qualche esempio reale:
Ecco il punto, secondo me: l'IA non è solo un chatbot a cui fare domande. È lo strumento che ci restituisce la possibilità di costruire la nostra tecnologia, invece di subirla.
C'è anche un motivo meno entusiasmante: il cloud è comodo, ma non è per sempre e non è nostro. I servizi chiudono, come Pocket nel 2025; e lo scorso anno, il 20 ottobre 2025, un guasto di Amazon ha spento per ore telecamere e assistenti in mezzo mondo. Da sola nessuna di queste storie mi farebbe cambiare idea. Messe insieme, mi dicono che le cose che contano è meglio tenerle dove decido io.
La community lo chiama family approval factor: a casa nessuno vuole un'altra password, un'altra app o un indirizzo da ricordare. Vogliono solo che le cose funzionino.
Da noi l'esame l'ha superato Jellyfin: la nostra videoteca personale, senza pubblicità, con i film preferiti e soprattutto quelli vecchi, che sulle piattaforme vanno e vengono. E qui sta il punto: a nessuno in famiglia interessa dove siano i film o come funzioni. Si apre l'app dalla TV, dal tablet o, quando siamo fuori, da qualsiasi altro dispositivo, con un'interfaccia in stile Netflix che ho sistemato su misura. Si sceglie il film e parte. Nessuno si chiede dove giri.
Per me è questo il segnale che un servizio self-hosted ha funzionato davvero: quando diventa invisibile. Ed è il motivo per cui costruirmi le cose mi convince così tanto: posso farle per come la mia famiglia usa davvero gli strumenti, non per come se lo immagina chi sviluppa per milioni di persone.
E sì, lo faccio anche perché mi diverte. Non sono il solo: in un sondaggio del 2025 tra oltre 850 self-hoster la prima motivazione è l'hobby, ma privacy, indipendenza e controllo dei dati, insieme, arrivano a quasi la metà delle risposte.
Questa, per me, è la parte più importante.
Su Reddit si dibatte spesso di progetti fatti con l'IA e poi pubblicati da chi non ha un minimo di capacità di spiegarli. Su questo ho le idee chiare. Costruire per me è una cosa; pubblicare per altri qualcosa che non capisco è un'altra.
Simon Willison la mette così: se l'IA ha scritto ogni riga ma tu l'hai letta, testata e capita, non è vibe coding, è usare l'IA come assistente. Io la applico così: il vibe coding va benissimo per un prototipo che resta in casa. Quando qualcosa esce dalla LAN, smetto di andare a sensazione e leggo ogni riga.
Sempre su Reddit si parla spesso di chi ha tolto i permessi di root a Claude (e ai suoi fratelli). L'ho fatto anch'io, e da lì è nata una regola che ho fatto mia: l'agente pianifica, io eseguo. L'IA è troppa quando non sei più in grado di controllare e correggere quello che fa.
E non basta controllare il risultato: voglio capire anche come ci è arrivata. Quali file ha toccato, quali comandi ha lanciato, quali permessi e dipendenze ha aggiunto e perché. Chiedo il piano prima dell'esecuzione, leggo il diff prima di applicarlo e tengo la cronologia in git, così posso sempre tornare indietro. L'IA propone, io decido.
L'IA mi ha dato le mani di un team. La testa, il controllo e la responsabilità restano miei.
Non entro nei dettagli della mia rete, per ovvie ragioni. Ma le regole valgono per tutti.
127.0.0.1 o sulla rete interna di Docker, mai 0.0.0.0 per abitudine: le porte di Docker scavalcano UFW.privileged né socket Docker senza un motivo serio. Agli agenti IA, permessi minimi e conferma umana prima di ogni azione irreversibile.E ricordiamoci che self-hosted non vuol dire automaticamente privato: la privacy non te la dà il server in casa, te la dà come lo gestisci.
docker-compose.yml. Non serve essere sistemisti, ma bisogna saper valutare l'output nel suo complesso: non solo "funziona?", ma "è sicuro, è mantenibile, lo saprei sistemare se si rompe?". L'IA accorcia la strada, non la elimina: chi salta lo studio rimanda solo il momento in cui pagherà il conto.Per vent'anni abbiamo portato tutto nel cloud, perché era l'unico modo per avere software buono senza saperlo costruire. Oggi questa equazione sta cambiando: costruire costa sempre meno, e quando costruire costa poco, conviene possedere.
Non credo in un futuro in cui ognuno ha un data center in cantina. Credo in un futuro ibrido, in cui le cose che contano (le foto, i documenti, gli strumenti che ci siamo fatti su misura) girano a casa nostra o comunque su server sotto il nostro totale controllo, e il resto resta nel cloud perché l'abbiamo scelto, non perché non avevamo alternative.
Per questo, secondo me, il futuro potrebbe essere self-hosted. Non perché è diventato più facile installare le app degli altri, ma perché è diventato possibile costruirsi le proprie.
Ed è proprio questo il bello: un futuro in cui sarà (forse) più semplice, e alla portata di tutti, costruire prodotti e servizi per scopi personali e unici.